domenica 2 luglio 2017

EL SOL, LA MESA, EL VINO Y EL ÚLTIMO LUGAR

Doveva essere un giorno di trasferimento tranquillo, senza grosse fatiche e con un chilometraggio normale, di circa 25 km, ed invece si è rivelato "tosto".
Il sole, in primo luogo, ha fatto la sua piena comparsa per la prima volta (e sono al quinto giorno) e, con un cielo azzurro-quasitintaunita, si è mostrato davvero "robustoso e forte" (e inizia quindi l'abbronzatura con i segni della maglietta e dei calzini), cosa che ha pesato soprattutto negli ultimi 12 km, dove i campi di grano si succedevano l'un l'altro, senza interruzione, e l'ombra era una rarità.
Il giorno domenicale, con la partecipazione alla Messa, ci ha messo del suo, perché in pratica mi sono mosso quasi alle 10, con la conseguenza che il fresco ormai era svanito, come i sogni.
Di rilievo però l'anziana signora che intonava i canti, con una voce sicura e, per quanto possibile in età un poco avanzata, melodiosa.
La donna che nella prima lettura dava da mangiare al profeta Eliseo non mi ha mosso lo stomaco, perché nell'ostello la colazione era stata all'altezza di tutto il resto, cioè difficilmente potrà essere così abbondante. Invece l'indicazione evangelica di prendere la propria croce mi ha istintivamente portato a guardare lo zaino, che le mie spalle a volte mi implorano di lasciare a terra (ho avuto l'impressione che anch'esso mi guardasse, ma con fare indifferente).


Bello il momento del mio arrivo alla Fonte del Vino a Iraque (proprio così: dal rubinetto esce vino rosso), con il dovuto sorso che dà forza. In realtà, dopo ho fatto qualche fatica a "tenere la strada", anche perché il tratto era in salita e le gambe piuttosto indurite.
L'augurio che l'iscrizione di una fonte posta all'ingresso di Estella rivolge ai pellegrini mantiene lo stesso tenore della fonte "più alcolica": una vita piena di eccellenti acqua e vino, pane, carne e pesce. Perché la qualità della vita, anche di quella spirituale, deve orientarsi alla scelta del "meglio", non alla dicotomia corpo-spirito. Ovviamente curandosi dagli eccessi.
E per fortuna che dopo queste soste ho "tirato", superando almeno una ventina di pellegrini, perché arrivato all'ostello comunale di Los Arcos ho scoperto di essere l'ultimo a poter essere accolto (doccia con acqua fredda, però): avrei trovato posto altrove in paese, ma a quel punto la delusione sarebbe stata cocente, come il sole. E non ho fatto il cavaliere con le due coreane arrivate 5' dopo (d'altra parte, il posto disponibile era uno solo).



La soddisfazione di essere arrivato riesce in questi casi a passare sopra anche alla doccia fredda ed al letto in posizione di massimo disturbo (altrimenti lo sceglieva qualcun altro).
E stasera, cena con Su e Chen, i due taiwanesi: l'ostello non offre mensa e si va a mangiare fuori, ovviamente il menù del pellegrino (minestra, carne e dessert, con un po' di vino). Mi vengono a chiamare proprio adesso (sono le 18,10), perché hanno fame. E anch'io.